Google Zero: Il patto web è rotto, che fine faranno gli editori?
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C'era una volta un patto sacro sul web, dove Google indicizzava e tu ricevevi traffico. Ora quel patto non esiste più, e gli editori si ritrovano con un buco nero.
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01Google non invia più traffico ai siti web, tenendo gli utenti sulle sue pagine con risposte dirette.
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Cosa significa per te
Per la persona comune, questo significa che le risposte alle tue domande arriveranno sempre più da Google stesso, non dai siti web esterni. Potresti notare meno varietà nelle fonti di informazione e una maggiore dipendenza da ciò che Google decide di mostrarti.
Mentre il mondo tech discuteva di OpenAI, Anthropic ha piazzato la sua mossa. Hanno lanciato Opus 5, un modello che, dicono, quasi raggiunge il mitico Fable 5.
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Gli editori perdono visitatori e di conseguenza gli incassi pubblicitari si riducono drasticamente.
03Il web rischia di diventare un ecosistema chiuso, dove Google controlla gran parte dell'informazione.
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Che fine ha fatto il vecchio accordo?
Per anni, il web ha funzionato con una stretta di mano implicita: tu, editore, producevi contenuti e Google li indicizzava, mandandoti in cambio vagonate di traffico. Certo, Google ci guadagnava di più, ma la ruota girava. Era un equilibrio, precario finché vuoi, ma funzionava per tutti.
Questo accordo, anche se sbilanciato, ha permesso a innumerevoli siti di esistere e prosperare. Google, con il suo motore di ricerca, era il tuo migliore amico e il tuo peggior nemico allo stesso tempo. Portava lettori, ma ti faceva ballare al ritmo del suo algoritmo. Una relazione complicata, insomma.
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Cos'è questo Google Zero e perché ci riguarda?
Oggi il patto è carta straccia. Google ha iniziato a tenere gli utenti sulle sue proprietà, dando risposte dirette nella ricerca o tramite le sue AI, senza mandarti al sito originale. Questo fenomeno è chiamato "Google Zero" perché il traffico verso i siti esterni si avvicina, appunto, allo zero.
Immagina di chiedere a Google "chi ha vinto l'Oscar nel 2023?" e lui ti risponde direttamente, senza che tu debba cliccare su un articolo di Wikipedia o di una testata giornalistica. Google, infatti, ha iniziato a mostrare le risposte direttamente nelle sue SERP, le pagine dei risultati di ricerca, già nel 2018 con i "featured snippets".
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Con l'arrivo dell'intelligenza artificiale generativa, la situazione è peggiorata. I nuovi risultati di ricerca basati su AI, come le "AI Overviews" di Google, offrono riassunti complessi che rendono ancora meno necessario cliccare su un link esterno. A che serve un articolo se la risposta è già lì, pronta e confezionata? Gli editori si trovano così con meno clic, meno lettori e, ovviamente, meno entrate pubblicitarie.
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Che succede al web quando Google chiude i rubinetti?
Questa mossa di Google ha un impatto enorme su chi produce contenuti. Senza traffico, i siti web faticano a monetizzare il loro lavoro. Questo significa meno soldi per i giornalisti, meno investimenti in inchieste, meno diversità di voci sul web. È un problema che va oltre il semplice guadagno.
Cosa succederà ai siti più piccoli o a quelli che non hanno un brand fortissimo? Riusciranno a sopravvivere in un ecosistema dove il gigante di Mountain View si prende tutto il bottino? Il rischio è che il web diventi un posto meno libero e più omogeneo, dove solo chi ha le spalle larghe può permettersi di esistere. Non è esattamente l'open web che ci era stato promesso, vero?
Mentre tutti si affannano a costruire l'intelligenza artificiale più potente e segreta, Microsoft fa una mossa a sorpresa. Propone di rendere "aperti" i modelli AI per mantenere l'America al comando del gioco.